"Noè Bordignon dal Realismo al Simbolismo"

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Data: 
Sabato, 18 Settembre, 2021 - 10:00 to Domenica, 16 Gennaio, 2022 - 18:00
Tipo: 
Mostra

Dopo gli anni di formazione a Venezia svolti con eccellenti risultati – di cui la mostra dà una sintetica testimonianza nel confronto con opere del maestro Carl Blaas, del compagno di studi Luigi da Rios e dei contemporanei Michele Cammarrano e Federico Zandomeneghi – Bordignon ottiene la borsa di studio per l’alunnato a Roma, dove si accosta non solo alla grande tradizione artistica ma anche alle nuove correnti pittoriche. Si immerge negli studi dal vero e nella pittura en plain air, spostandosi in aperta campagna, e si dedica all’esecuzione di opere da poter esporre alla Società degli Armatori e delle Belle Arti in Roma, quasi dimenticando gli impegni assunti con l’Accademia di Venezia. Nonostante ciò la Commissione accademica con voto unanime considererà un adeguato saggio finale, in sostituzione all’opera di soggetto storico prescritta, proprio la Mosca Cieca – prestata per l’occasione dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia – giudicata convincente per l’intensità delle tinte e lo studio delle figure, ma anche decisamente aggiornata con le tendenze più avanzate dell’epoca, come quelle sviluppate da Filippo Palizzi, presente in mostra con “Fanciulla sulla roccia a Sorrento” (1871).

Le opere realizzate a Roma negli anni immediatamente successivi, come Interno di Santa Maria del Popolo a Roma, Mamma col bambino all’interno della Basilica di Santa Maria del Popolo e Ragazze che cantano nella valle esposta a Parigi nel 1878, danno conto del ruolo fondamentale che ebbe l’esperienza nella Capitale per l’evoluzione della personalità artistica di Bordignon.

È il momento in cui, sulla scorta di un sempre più stringente confronto con l’immagine fotografica, l’attenzione degli artisti si rivolge al vero, al reale, per trovare nuova ispirazione. In ambito locale, seguendo il fortunato esempio di Giacomo Favretto, questa tendenza si declina in chiave bozzettistica, prediligendo paesaggi pittoreschi e sentimenti vividi “che oscillano, sempre in maniera moderata, dalla pietà all’ironia, dalla curiosità alla tristezza”.

Ecco dunque in mostra scene popolari veneziane, quadri dal lessico familiare, umili interni. Negli anni Ottanta dell’Ottocento Bordignon trova a Venezia, non lontano dalla chiesa dei Carmini, un posto tranquillo per lavorare. Un piccolo campo chiuso accessibile da Fondamenta dei Cereri, Corte San Marco, con il caratteristico pozzo esagonale in pietra d’Istria ben riconoscibile nei dipinti Le pettegole e Il mese di Maria; lo stesso campo, girando lo sguardo verso l’ingresso, è l’ambientazione anche di Cortile veneziano. C’è poi la chiesa dei Frari, altro luogo amato e rappresentato dagli artisti, anche per il significato civico assunto con i monumenti dedicati a Canova e Tiziano.

La tela Compatrioti di Canova ci racconta una buffa scenetta dove due abitanti di Possagno, con il vestito della festa ma con modi un po’ goffi e grevi, davanti al cenotafio canoviano paiono più interessati alle fanciulle accanto a loro che al monumento del celebre concittadino. “Grande in questa composizione – come segnala Vittorio Pajusco in catalogo – è il realismo fotografico, evidente nella figura seduta in primo piano che guarda rapita verso il pittore dimenticandosi il bimbo visto di scorcio, che dorme sul freddo pavimento della chiesa”.

Giovani donne e bambini sono per altro una costante dei dipinti di Bordignon e dei suoi contemporanei, in un alternarsi di giovinezza e spensieratezza – come nel “La pappa scotta” di Luigi Serena o nel quadro di Bordignon Troppo piccoli – ma anche di malinconia, connessa alla fugacità della gioia e alle malattie che colpiscono queste giovani vite come nel caso de l’Ammalata.

Le amate campagne di San Zenone, nelle quali il pittore si ritira sempre più spesso, offrono a Bordignon un’altra ricorrente ambientazione, sia per gli interni di povere cucine come La Pappa calda (1888), La Buona madre (1890) o La pappa al fogo (1895) – che richiamano i quadri del lombardo Induno o dei veneziani Luigi Nono e Alessandro Milesi di cui è in mostra “Il racconto della nonna” del 1897 – sia nei momenti di partecipazione affettiva ai drammi della gente come nell’opera monumentale Per l’America (Emigranti) del 1887 con cui prosegue il percorso a San Zenone degli Ezzelini – o nei paesaggi animati da fanciulle, sorta di ninfe campestri. Scorrono davanti agli occhi dei visitatori, tra gli altri: il Moscone, bellissima tela di proprietà della Fondazione Musei Civci di Venezia del 1884, ma anche Pastorella, Ragazza in lettura, Sola tra i campi tutte del 1900.

Ricchissima è la sezione dedicata alla ritrattistica. Nella barchessa di Villa Marini Rubelli vediamo circa 20 ritratti che mostrano l’abilità di Bordignon alla luce degli insegnamenti ricevuti in Accademia e dell’attenzione al vero, ma anche dei continui aggiornamenti di tecnica e repertorio che trae dai viaggi e dalle partecipazioni ad esposizioni nazionali e internazionali (Parigi, Bruxelles, Monaco , Vienna, Berlino, Praga, ecc.).

Tante sono le sorprese. Bordignon innanzitutto è ritrattista della sua gente: giovani veneziane, ragazze di campagna e umili lavoratori di San Zenone colti in atteggiamenti quotidiani. Poi tra i soggetti preferiti ci sono i suoi familiari, che in più occasioni si erano prestati per dare le fattezze a personaggi delle sue opere: dal figlio Mariano Edoardo, raffigurato nel giovane mangiatore nella Pappa al fogo, alla figlia Maria ritratta in numerosissimi affreschi. In mostra potremo vedere l’intera famiglia dell’artista, compresa la moglie Maria Zanchi e il primogenito Lazzaro detto Rino: ritratti che Noè custodiva gelosamente nella sua casa a San Zenone quali affetti più cari.

Tra i personaggi di spicco, da segnalare alcuni dipinti esposti per la prima volta in questa occasione, come il ritratto del poeta Vittorio Salmini e quello di Papa Pio X, colto non in veste ufficiale di capo della Chiesa ma in mozzetta e talare bianco, in piedi, in fraterno dialogo con l’osservatore.

Così come intimo è il Ritratto di padre Ghevont Leonzio Alishan, l’esito più alto raggiunto da Bordignon nella ritrattistica. Bordignon ebbe un prolungato soggiorno sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia e un forte rapporto di stima ed amicizia con la Congregazione, per la quale realizzò diverse opere, che ancora si conservano nell’Abbazia, tra ritratti, cicli di affreschi e la pala d’altare raffigurante San Gregorio benedice il popolo armeno.

Così Padre Alishan, tra i personaggi più famosi della congregazione mechitarista – teologo, storico e geografo che contribuì in maniera determinante alla rinascita culturale dell’Armenia – è ritratto in quest’opera, tutt’ora conservata nel monastero, mentre è al lavoro, concentrato, nel suo studio.

Gli ultimi due decenni del Novecento sono tuttavia anche quelli dell’apertura al simbolismo.

Con la Triennale di Brera del 1891 anche in Italia si dà voce e ci si confronta sulle istanze nate al di fuori delle accademie e sulle nuove tendenze a livello internazionale, con l’allontanamento dal “vero” e il paesaggio che diviene riflesso degli stati dell’animo, in un processo di ricerca interiore. Bordignon segue il rinnovamento e presenta al pubblico milanese un dipinto, qui proposto nella versione a bozzetto, che, all’interno della sua più tradizionalista produzione pittorica, si distingue per l’assoluta modernità della proposta. Matelda, figura letteraria, guida di Dante nel XXVIII canto del Purgatorio, è riletta dal pittore veneto in chiave simbolista con chiari rimandi alla pittura inglese contemporanea dei preraffaelliti: la donna, dai lunghi capelli, circondata da rami e fiori simbolo di rinascita, avvolta da una bianca veste svolazzante, domina la tela.

Dante e Virgilio appaiono infatti solo accennati sullo sfondo dell’opera finita, per scomparire del tutto nella versione che vediamo in mostra.

Una Matelda quella di Bordignon che ben si inserisce dunque in quella fortunata serie di dipinti aventi per soggetto donne dalle sembianze angeliche dai dichiarati accenti simbolisti, tra cui spicca la tela di Domenico Morelli esposta per l’occasione “L’amore degli angeli” (1892).

Il confronto con il bellissimo dipinto di Beppe Ciardi “Terra in fiore” (1897), proveniente dal Museo Civico Casa Cavazzini di Udine, evidenzia quelle sperimentazioni stilistiche che anche Bordignon affronterà: dalla scelta della gamma cromatica e della resa della pennellata all’adesione a nuovi modelli iconografici. Atmosfere più diluite, una resa della natura con contorni più sfumati e veloci tocchi di colore, un accenno alle tendenze divisioniste li ammiriamo in Lieto ritorno che andrà all’Esposizioni Riunite di Milano nel 1894 e tre anni dopo alla Terza Triennale, ma anche in Inverno, singolare per l’idea mistica e il senso di non finito provocati dalla neve in cui è immersa la fanciulla.

Un timido e pacato confronto con il nuovo che non porterà tuttavia Noè Bordignon a rinnegare i suoi valori o ad abbandonare i temi più cari. La difesa degli umili, l’amore per la terra, la fede cristiana, la vita rurale e San Zenone saranno sempre al centro della sua attenzione d’artista e di uomo.

Museo Casa Giorgione - Castelfranco Veneto
18 settembre 2021 — 16 gennaio 2022
Martedì e mercoledì: 10.00 – 13.00
Giovedì, venerdì, sabato e domenica: 10.00 – 18.00
Lunedì chiuso

Villa Marini Rubelli - San Zenone degli Ezzelini, Treviso
18 settembre 2021 — 16 gennaio 2022
Martedì e mercoledì: 10.00 – 13.00
Giovedì, venerdì, sabato e domenica: 10.00 – 18.00
Lunedì chiuso

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